Petrolio, l’orso andrà in letargo?


Le ultime due settimane sono state molto importanti per il petrolio, in quanto ci sono state notizie a livello fondamentale abbastanza rilevanti e tutto sommato contrastanti fra di loro.

Quel che è certo è che dopo la recente ripresa dei prezzi che aveva riportato il barile a superate i 47 dollari, mentre il Brent del mare del Nord aveva toccato la soglia psicologica dei 50$, abbiamo avuto prima un nuovo calo dovute alle incertezze pre meeting di San Pietroburgo e poi un nuovo slancio dopo le rassicurazione circa la prosecuzione dei tagli alla produzione dopo l’incontro fra i membri del cartello e quelli esterni.

Sicuramente era plausibile che ci possano essere state delle prese di profitto e che il movimento verso l’alto si sia preso solo una piccola pausa nel più classico dei ritracciamenti in attesa di una nuova spinta, tuttavia quando si parla di petrolio è sempre bene prestare molta attenzione alle notizie che circolano sia a livello geopolitico che dal punto di vista dei fondamentali.

Una cosa molto importante dal punto di vista pratico ed operativo è tenere conto come la fascia di oscillazione fra i 42$ ed i 47$ dollari al barile, rappresenti un trading range piuttosto interessante che ci può fornire molti spunti di riflessione ed opportunità di ingressi a mercato.

Una fase di accumulo sopra i 47$ permetterebbe al petrolio di consolidarsi e riportare le proprie quotazioni prima di nuovo sopra i 50$, come sembra stia accadendo e successivamente all’attacco dei 60$ che era un po’ l’obiettivo principale dell’Opec, auspicato anche da molti analisti, successivamente agli accordi di Vienna di fine anno scorso che avevano portato ad un importante patto per un deciso taglio alla produzione.

Petrolio, il range principale dei prezzi

Andando ad analizzare il movimento del prezzo dall’inizio del 2017, il petrolio ha continuato a muoversi al ribasso ed anche l’interesse dei grandi investitori è venuto meno con un improvviso crollo, da primavera in avanti, dovuto sopratutto alla liquidazione del gran numero di contratti long detenuti dai fondi speculativi che hanno cominciato a non credere più ai paesi membri del cartello.

Questo perché le scorte di petrolio greggio hanno subito un deciso aumento nonostante i tagli implementati e le poche volte che sono scese, i dati sono stati piuttosto deboli e poco convincenti, uniti ad un certo nervosismo manifestato dall’Opec stesso e con i dubbi relativi ai paesi esentati dai tagli come Libia e Nigeria oltre allo storico problema dello shale oil americano, che approfittando dei prezzi alti di fine 2016, ha permesso alle imprese di trivellazione statunitensi di ripartire con le perforazioni alla ricerca di olio di scisto a pieno regime.

Ed ecco che qui entra in scena il secondo estremo dei prezzi del petrolio, i 42$ al barile che a giudicare dalla reazione recente del mercato, fa pensare che sia il famoso livello sparti acque dove non sia più conveniente produrre shale oil. Le imprese americane hanno infatti ridotto di molto il break even, ovvero il costo zero, quando al di sotto di un certo margine non vi è più un guadagno a continuare a lavorare rispetto a quelli che possono essere i ritorni in chiave di vendita.

Anche se molti analisti avevano parlato di una cifra scesa addirittura fino a 20$ al barile, si è trattato di semplice speculazione, in quanto basta notare come i report settimanali Baker Hughes, dopo una crescita ampia e continua durata per parecchi mesi, abbiano subito un’importante contrazione proprio nelle ultime tre settimane e proprio a ridosso dei 42$ al barile raggiunti nell’ultima discesa delle quotazioni.

A mio avviso ciò che è più importante capire ora è quali siano i market movers che vanno a condizionare pesantemente il prezzo di questa materia prima:

  • da un lato il recente dollaro debole che ha sempre aiutato il mercato delle materie prime
  • dall’altro le scorte, termometro settimanale per poter capire se realmente i tagli Opec stanno dando i frutti sperati
  • successivamente i recenti meeting dell’Eia che hanno determinato una domanda prevista in forte crescita per i prossimi anni e che potrebbe essere il vero motore di questo mercato
  • infine la stagionalità che prevede un raggiungimento del picco di prezzo proprio nel periodo autunnale al quale ci stiamo avvicinando

Sullo sfondo di tutto ciò l’incontro informale dell’Opec il 24 luglio scorso ci ha fornito ulteriori indicazioni sullo stato del petrolio in termini di offerta insieme al sentimento del mercato che vede una leggera ripresa di interesse da parte dei grandi investitori che alla fine sono i veri e propri players principali in questo settore.

Petrolio, possibili indicazioni operative

Dal punto di vista grafico ed operativo al momento considererei l’attuale ripresa delle quotazioni come un segnale importante d’inversione dopo il recente calo con il test del livello 61.8 di Fibonacci dopo l’ultima discesa che potrebbe fornirci indicazioni importanti sul movimento futuro, tenendo sempre in considerazione la variabile dollaro che resta sempre molto importante quando si parla di materie prime.

Sul lungo termine credo invece che finché la soglia dei 40-42$ rimarrà intatta, le possibilità di vedere entrano la fine dell’anno la quota di 50$-55$ al barile sia probabile tenendo presente come la volatilità in questo mercato sia molto alta e che problemi storici quali le tensioni nei paesi arabi, eventi tutt’altro che rari, sono sempre dietro l’angolo. Basti pensare che nel 2014, il petrolio era ancora sopra i 100$ al barile per poi crollare nel giro di due anni a quota 26$.

La volatilità di questa materia prima è forse anche il bello del mercato se si riesce ovviamente ad essere dalla arte giusta però…

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